SPOILER Alert! – My two cents: The Last of Us Part II e quel vuoto dentro di noi.

ATTENZIONE! QUESTO ARTICOLO CONTIENE SPOILER SU PARTE DELLA TRAMA DI THE LAST OF US PART II!

Sarò breve e schietta. Di The Last of Us Part II ci sono decine di articoli e centinaia di teste (forse un po’ calde) si permettono il lusso di dire la propria a neanche 24 ore dall’uscita, sbagliando. E’ il titolo del momento, il trend di Google e che dir si voglia.

E’ un titolo che i fedeli di Playstation aspettavano da tempo, un titolo su cui contare e chiudere, simbolicamente, il viaggio su Playstation 4.

Facciamo che mi butto anche io in questo stream of consciousness massivo che è la community dei videogiocatori in questi due giorni e pubblico qualcosa di spoileroso ma, come ha scritto Haruki Murakami in un libro: “sono uno che per capire qualcosa ha necessariamente bisogno di scriverla”. Potrei prendere un foglio qualsiasi, sì. Potrei. Ma potrei anche incontrare chi come me si trova a questo punto, e condividere con lei o lui ciò che io sento.

FERMATI QUI SE NON VUOI SORPRESE!

Anche io, da quel giorno di Dicembre 2016, l’ho aspettato con trepidazione, dopo varie congetture, analisi, spasmodica ricerca del dettaglio vincente in tutti i trailer, quel dettaglio utile ai fini della trama. No, i trailer non servono.

Non servono anticipazioni, The Last of Us Part II va vissuto e va assaporato, con il fiato sospeso, perché è incredibile quanto possiamo trovare della nostra vita in un titolo del genere. The Last of Us Part II parla per noi. Noi che abbiamo lottato, sofferto e cercato ancora una volta qualcuno che non può più tornare in vita.

Se in Death Stranding, esclusiva Sony, si parla della morte in senso altamente figurativo, pieno di quei simbolismi tanto cari a Kojima, in The Last of Us Part II la morte diventa, invece, un manifesto crudo e spiazzante, che ti prende lo stomaco e te lo torce.

Nella nostra vita sappiamo bene che dolore di un lutto si addomestica, si “addolcisce” malgrado sapessimo che non andrà mai via. Quante persone abbiamo perso? Io ho perso le persone di cui più mi fidavo, con cui stavo bene, perché questo è il corso della vita, e malgrado la rabbia iniziale e il senso di colpa sfociati in urla silenziose e pianti notturni, alla fine mi sono fatta coraggio e ho chiuso molte porte, per aprirne altre.

In The Last of Us Part II il dolore della perdita invece diventa un cavallo a briglia sciolta, selvaggio, combattivo, che non ci ascolterà mai. Perché? Perché in un mondo post-apocalittico le convinzioni sociali non esistono più: le persone vengono ammazzate in maniera squallida, apparentemente senza motivo. Basta far incazzare la persona sbagliata per pagare le più amare conseguenze. Ed eccola, la violenza più cieca, il sangue che gronda, le viscere esposte. Uno sfregio al ricordo della persona che amavamo guardare.

Io, per prima, mi sono sentita un attimo stordita, come quando hai un colpo alla testa e per un attimo la vista si appanna. Poi sono andata avanti, mettendomi nei panni di Ellie, e ho esplorato un ambiente familiare. Forse, insieme alla fine di Death Stranding, è uno dei momenti più toccanti nella storia dei videogiochi.

Mi sono commossa un po’, non sono scese lacrime. Ma ho avuto per un po’ un forte nodo in gola perché sapevo quello che Ellie stava provando. Per un attimo mi sono sentita persa perché tutto quello che avevo sperimentato prima di mettere nella mia Playstation 4 il bluray di The Last of Us Part II di colpo non aveva più senso. E per un attimo la mia mente è ritornata a tutti quei passaggi toccanti provati in The Last of Us, e ha sentito una forte, sorda, nostalgia.

Quando muore qualcuno a noi caro, spesso ci diciamo “chissà cosa direbbe, se solo fosse qui”. Nelle prime ore di The Last of Us Part II questa domanda rieccheggia e traspare nelle nostre azioni un po’ timidamente. E’ come se fossimo portatori di un gigantesco vuoto dentro di noi. Ed è proprio in queste sensazioni che si annida tutta la carica narrativa di un titolo del genere.

The Last of Us Part II elabora ciò che è stato detto da Sabine Harrer nel suo articolo “From Losing to Loss“, in cui solitamente nei videogiochi pensiamo alla morte come un sinonimo di fallimento, di un tentativo andato male e sfociato in game over. Il nostro cuore non va in frantumi quando muore Cloud, perché esiste la coda di fenice, diverso invece quando parliamo di Aeris, in cui sentiamo il duro colpo della perdita proprio come se fosse una persona a noi cara: perché siamo impotenti e, soprattutto, dobbiamo continuare senza di lei. Ed è proprio questo che nei videogiochi non è stato abbastanza affrontato: cosa significa morire in un videogioco quando non c’è respawn? Cosa significa perdere un personaggio, farne a meno?

The Last of Us Part II ci fa convivere con un amaro sapore in bocca, ci fa andare avanti. Checché ne dicano i bigotti o chiunque abbia da ridire. Non parla a mio nome.

Scusate se tutto questo sfocia nel potenziale spoiler, benché vi avessi avvisati, ma ho tenuto bene a mente quali parole usare, proprio per tutelare lo sguardo dell’utente più indiscreto.

Questi sono i miei two cents, dopo cinque ore passate in-game, ci risentiamo a videogioco terminato!

Stay tuned!

Bibliografia consultata:

Harrer, S. (2013). From losing to loss: Exploring the expressive capacities of videogames beyond death as failure. Culture Unbound: Journal of Current Cultural Research5(4), 607-620.

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